Libro 1, capitolo 1, pagina 1

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L’amante.

Ti ho sempre guardata. Era più forte di me. Sin dai tempi della scuola. Tu eri sempre così seria, chiusa, non parlavi mai con nessuno. Io, volevo parlare con te. E ne ero atterrito.
Rimanevi per tutto il tempo seduta al tuo banco con i capelli impossibili tenuti su da una matita. Gli occhiali sul naso, il seno grosso che neanche i tuoi assurdi maglioni riuscivano a nascondere.

Te ne stavi ritta impettita sulla sedia a prendere sempre appunto di ogni parola che diceva il professore. Una volta te l’ho preso quel quaderno.

“Che stai scrivendo la letterina a babbo natale?” ti ho detto con una voce da stronzo che suonava odiosa anche a me. Dovevano sentirmi tutti. Tutti dovevano capire che mi avvicinavo a te solo e unicamente per sfotterti. Tu ti sei alzata e ho sollevato il quaderno sopra la testa, sperando che tu ti avvicinassi per riprendertelo. Bastava solo questa fantasia per eccitarmi. A quel tempo ero già ossessionato da te.

Mi aspettavo, chessò, qualcosa. Invece, anche quella volta sei rimasta immobile, inebetita. Non era la prima volta che ti facevano degli scherzi. Ma era la prima volta che te li facevo io. Non so cosa mi sia preso. Perché proprio quel giorno ho preso l’iniziativa. Forse perché avevi un maglione orrendo color prugna che non ti rendeva giustizia. Forse perché non guardavi mai in faccia nessuno, nemmeno a me. Che ne so. Ma era arrivato il momento di attaccarti. Di sfogare la mia rabbia.

Tu mi hai guardato con uno sguardo confuso, avvilito. Non ti aspettavi che fossi proprio io a scocciarti visto che avevo sempre detto agli altri di lasciarti perdere. Che non ne valeva la pena. Ma quella volta non ce l’ho fatta.
“Di hai perso la parola?” ti incalzavo. Ma tu non reagivi. Per lo meno non come mi aspettavo. Avevi gli occhi lucidi e ho notato assurdamente che erano enormi senza gli occhiali, bellissimi, ipnotici.

“Per favore dammelo” me lo hai sussurrato così piano che solo io riuscivo a sentirti. E intanto gli altri ridevano e più tu ti imbarazzavi. In quel momento avrei voluto spaccarti la testa e capire cosa c’era dentro.

Avresti dovuto insultarmi, picchiarmi, qualunque cosa. Invece sono io quello che si è mosso, per colmare il tuo silenzio, ma soprattutto per superare il mio imbarazzo di non sapere che fare ancora per spingerti a reagire. Ho cominciato a sfogliare il quaderno sperando di scoprire qualcosa di te.

“Vediamo cosa c’è dentro” ho detto e mi sono messo a leggerlo pur di non guardarti in faccia. Pur di non vedere quanto riuscivo a farti stare male. Allora ti sei avvicinata non staccandomi gli occhi da dosso come se gli altri non esistessero.

“Per favore” mi hai quasi miagolato. Non mi hai toccato. Inspiegabilmente io ce l’avevo duro. Mi succedeva da un pò quando pensavo a te, quando fantasticavo su di me e te insieme. Si, sai quelle cose fantascientifiche per un sedicenne tipo immaginare di fare l’amore in tre. Ecco, solo che eri solo tu l’unica protagonista delle mie fantasie. Una cosa altrettanto irrealizzabile ma per altri motivi.

Era impensabile che mi mettessi con te. E desiderarti era una cosa che mi faceva incazzare.

“Sei proprio tutta  scema” ti ho detto a un certo punto sperando trasparisse a beneficio di chi ci stava guardando, il mio disprezzo. Ti ho lanciato il tuo quaderno sul banco mentre tu ne seguivi la traiettoria con la testa.

Allucinante. Allora, finalmente, hai smesso di guardarmi. Ti sei seduta con testa abbassata e i capelli che ti cadevano sul viso.

“Guardami idiota” ti ho urlato pieno di rabbia e di risentimento. Perché? Perchè mi piaceva la ragazza più impopolare della scuola. Quella strana che nessuno invita alle feste. Sapevo che soffrivi, ma perché? Potevo immaginarti mentre stavi sempre a studiare per ottenere risultati appena superiori alla media.

Io, al contrario di te, studiavo pochissimo, però ero sciolto, bastava un sorriso alla professoressa, una battuta e mi metteva un sette. Mai un otto, quello no. Non mi applicavo. Ero un bluff. Preferivo passare il tempo a fumare spinelli, uscire con gli amici, baciare le ragazze. Ero il clown della scuola.

Ma tu, non lo so,  tu mi spiazzavi, mi facevi paura. Lo sapevo che non eri stupida. Gli unici voti buoni che prendevi erano in italiano scritto. E per darti buoni voti quella strega della professoressa voleva dire che eri proprio brava. A volte leggeva i tuoi temi in classe che ovviamente non erano ascoltati da nessuno, a parte me, per poi finire con il solito “Se solo ti applicassi di più”.

Eppoi eri bellissima. Una volta ti sono venuto alle spalle mentre tu eri seduta e ti ho afferrato i seni da sotto le tue braccia. Erano grossi e morbidi sotto le mie dita. Volevo toccarti e volevo che sembrasse uno scherzo. Tu hai strillato eppoi sei corsa a chiuderti nel bagno mentre gli altri ridevano. Sei rimasta dentro una buona mezzora. Poi sei uscita con la testa bassa, mortificata. Ma di che? Avevo fatto la stessa cosa a Manuela ma lei si era messa a ridere.

Tu no, tu reagivi sempre a modo tuo. A quel punto eri riuscita tu a confondere me. Non ti sopportavo. Da allora in poi  ti ho fatto continuamente scherzi allucinanti e tu restavi sempre lì inerme, con le braccia lungo i fianchi. Ti ho persino messo le mani al collo. Mi facevi rabbia, davvero, io passo per uno tranquillo ma tu mi facevi diventare aggressivo.

Una volta sei entrata in classe in ritardo, si capiva che stavi male. Eri pallida, spettinata, brutta. A un certo punto ti sei alzata e sei andata in bagno senza chiedere il permesso. Tutti mormoravano e sghignazzavano. La professoressa neanche ti ha guardato. Tu non tornavi. Non lo so, mi sono sentito a disagio. Allora mi sono alzato e ti ho cercata.

“Vado a pisciare” ho detto a Fabrizio, il mio compagno di banco. Quando ti ho vista ti ho chiamata “Angela” con un tono che mi è uscito allarmato. Mi è preso letteralmente il panico. Eri seduta per terra dentro il bagno delle ragazze. Pensavo che ti fossi drogata e invece stavi solo male. Male dentro. Muovevi le gambe a scatto come se avessi avuto le convulsioni. Tremavi. Io mi sono accovacciato vicino a te. Volevo accarezzarti ma non riuscivo ad avvicinarmi.

Non sapevo che cazzo fare. Questa volta ero io il paralitico. “Vado  a chiamare qualcuno”. “No” mi hai detto alzando la voce. Sono rimasto stupito, fino ad ora hai sempre parlato pianissimo. E allora è successa questa cosa pazzesca, incredibile. Mi hai abbracciato, tu, mi hai stretto forte ed hai cominciato a piangere sulla mia spalla.

Non lo so, ero pietrificato, mi hai fatto quasi senso. Eri tutta sudata, odoravi forte, di acre, di paura. Non volevo che ti vedessero così, e soprattutto che mi vedessero insieme a te. Mancavano dieci minuti alla campanella e tu non ti staccavi da me, aggrappata a me come se io potessi salvarti da chissà che cosa mentre a quel punto cominciava a venirmi l’ansia di stare li vicino a te.

E’ sempre stato così con te, hai sempre voluto che io ti proteggessi. Come se avessi qualche potere soprannaturale. Invece la mia unica preoccupazione in quel momento era quella di andarmene da li. Di corsa. Sei l’unica persona con la quale mi sia sentito così inadeguato, così inutile. Non sapevo mai che dire. Quale fosse la formula magica per farti stare meglio.

Tu intanto tremavi. Io non ti toccavo. Mi erano rimaste per tutto il tempo le mani per terra come se mi stessi per alzare. Poi per fortuna ti sei calmata da sola. Mi ricordo come se fosse oggi il tuo sguardo completamente perso. Ti sei alzata. Io non ti ho nemmeno aiutato, non ti guardavo, avrei voluto essere a Riccione, dove andavo in vacanza d’estate, lontano da te, anche a Beirut se fosse stato necessario, bastava solo che non fossi costretto a guardarti in quello stato.

Tu eri completamente ignara di quello che stavo pensando. O forse lo sapevi e facevi finta di niente, pur di avere qualcuno con cui parlare. Non lo so. Anche dopo, mi sono sempre chiesto se era così che andava fra noi. Ti sei messa davanti al lavabo e ti sei guardata un attimo esausta.

Da come ti fissavi sembrava quasi che nemmeno tu ti riconoscessi. Poi ti sei lavata il viso con l’acqua fredda. Stavi per uscire dal bagno quando ti sei voltata. “Grazie” mi hai detto, di nuovo con quella vocina bassa, infantile. Io sono rimasto lì, sconvolto, contento che te ne fossi andata. E vuoto. Non capivo cosa fosse successo. Una cosa era certa, tu eri tutta matta.

Tutto quello che volevo a quel punto era di evitarti. Meno male che dopo non mi ha interrogato nessuno perché davvero ero stravolto. All’uscita di scuola stavo mezzo rintronato con il mio gruppetto di amici che facevano il solito inciucio al bar. Mi sentivo ancora nervoso, anche se cercavo di fare finta di niente. Poi sei passata te, dall’altra parte della strada.

Ti incamminavi lentamente verso casa con la testa bassa, quei vestiti troppo caldi per quel giorno e le scarpe fuori moda. Tutto sbagliato.

Marcello ti guarda e dice:
“Peccato che è scema, con le tette che si ritrova”.
Allora mi sono alzato.
“Vado a casa” ho detto sentendomi improvvisamente i crampi allo stomaco.

Ho fatto il giro del palazzo dall’altra parte, per non far vedere agli altri che ti seguivo. Poi ho cominciato a correre, con l’ansia addosso. Ci ho messo un pò ma poi ti ho raggiunta.

“Ciao, ho visto che stavi tornando a casa e allora, cioè, visto che faccio la stessa strada, sai vado a trovare un amico, quindi … ma tu abiti lì?” deliravo, lo sapevo benissimo dove abitavi, l’avevo visto l’altro giorno risalendo dal tuo numero di telefono.

Ero sceso senza salutare i miei, come un ladro, per vedere il tuo palazzo, brutto, popolare, pieno di ragazzini. Ho guardato il tuo citofono e ho visto il tuo cognome. Poi me ne sono tornato a casa, non capendo nemmeno perchè l’avessi fatto. Non ti ho chiesto nulla di quello che era successo in bagno, tanto comunque mi rispondevi appena.

Mentre ti camminavo vicino ho visto due nostre compagne di classe che ci guardavano incuriosite. Mi sono sentito la nuca come se me l’avessero trafitta con gli spilli. Allora mi sono allontanato da te, di colpo.

“Sono arrivato” ti ho detto e ho girato  il primo angolo che ho visto. Fino a quel momento avevi camminato guardando dritto davanti a te. Invece ti sei fermata e mi hai guardato in faccia con quegli occhi pazzeschi color cioccolata e ti ho guardato continuando a camminare fino a che sei scomparsa dietro l’angolo in una nuvola di luce e io sono finito addosso ad uno.

Camminavo a casaccio come se mi stessero guardando tutti. Volevo tornare indietro, vedere se fossi rimasta ferma dietro quel maledetto angolo. Mi sentivo male, a quel punto ero pieno di acido.

Meglio tornare a casa. Ma si, alla mia vita di sempre. Partita di calcetto, uno spinello in tre, i compiti e nanna. Tutto uguale a sempre col vuoto di sempre. Deciso allora, niente più fantasie su di te. Da domani, da ora, ti lascio perdere.

Al diavolo gli scherzi, gli inseguimenti del cavolo. Chiuso. Tanto era come sparare sulla croce rossa.

Ero tranquillo fino a quando non sono andato a letto. Allora mentre mi rigiravo e pensavo ancora una volta che mi toccassi non mi è sembrato più tanto strano vedere com’eri, tu, veramente.

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The game
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2 risposte a Libro 1, capitolo 1, pagina 1

  1. … Bellissimo.
    C’è una dolcezza immensa nella paura del ragazzino.

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