Figli delle Stelle

Lo spazio mi ha sempre affascinata. Faccio parte della categoria dei pirla che contano le stelle, che credono che l’universo sia una specie organismo di cui noi ne facciamo parte integrante e che la sua espansione non sia altro che un lungo, immenso respiro. L’infinito.

Pensare questa cosa mi da una specie di pace

Da «L’Europeo», 26 dicembre 1968

ORIANA FALLACI. Noi abbiamo bisogno di aria per respirare, di acqua per bere, noi soffriamo senz’aria e senz’acqua: allora perché andare, perché?
RAY BRADBURY. Per la stessa ragione che ci fa mettere al mondo i figli. Perché abbiamo paura della morte, del buio, e vogliamo vedere la nostra immagine ripetuta e immortale. Non vorremmo morire: però la morte esiste e, poiché esiste, partoriamo figli che partoriranno figli, all’infinito, e questo ci regala all’eternità. Non dimentichiamolo: la Terra può morire, può esplodere, il Sole può spegnersi, si spegnerà. E se il Sole muore, se la Terra muore, se la nostra razza muore con la Terra e col Sole, allora ciò che abbiamo fatto fino a quel momento muore. E muore Omero, e muore Michelangelo, e muore Galileo, e muore Leonardo, e muore Shakespeare, e muore Einstein, e muoiono tutti coloro che non sono morti perché noi viviamo, perché noi li pensiamo, perché noi li portiamo dentro e addosso. E allora ogni cosa, ogni ricordo, precipita nel buio con noi. Salviamoli, dunque, salviamoci. Prepariamoci a scappare, scappiamo per continuare la vita su altri pianeti, per ricostruire su altri pianeti, per ricostruire su altri pianeti le nostre città: non saremo a lungo terrestri! E se davvero temiamo il buio, se davvero lo combattiamo, allora, per il bene di tutti, prendiamo i nostri razzi, abituiamoci al gran freddo, al gran caldo, all’acqua che non c’è, all’ossigeno che non c’è, diventiamo marziani su Marte, vesuviani su Venere, e quando anche Marte morirà, quando anche Venere morirà, andiamo in altri sistemi solari, su Alfa Centauri, ovunque riusciremo ad andare, e scordiamo la Terra. Scordiamo il nostro sistema solare, scordiamo il nostro corpo, la forma che aveva, queste braccia queste gambe questi occhi, diventiamo non importa come, diventiamo licheni, insetti, sfere di fuoco, non importa cosa, importa solo che in qualche modo la vita continui, e con la vita continui la coscienza di ciò che fummo e facemmo e imparammo: la coscienza di Omero, la coscienza di Michelangelo, la coscienza di Galileo, di Leonardo, di Shakespeare, di Einstein! E il dono della vita continuerà in eterno.

Le parole sono un dono meraviglioso

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25 risposte a Figli delle Stelle

  1. Claudiappì ha detto:

    Grazie per avermi fatto ricordare queste parole.

  2. fausta68 ha detto:

    E0 vero, le parole sono un dono meraviglioso!

  3. wyllyam ha detto:

    guarda… le stelle e le parole sono due tra le cose più importanti che ho. questo la dice lunga su quello che ho, ma dice anche del perchè spesso mi succedono delle cose che a stare con la testa per terra potrei evitare…

  4. newwhitebear ha detto:

    Le parole sono un bene prezioso da usare con cautela. Se utilizzate in maniera improvida diventano un boomerang e rischiano di farci male.
    Felice serata
    Un abbraccio

  5. Wish aka Max ha detto:

    A proposito delle parole. Ti regalo questa citazione, mi ci sono imbattuto di recente, per la serie niente è per caso, che è una massima parente molto prossima di there is an order in the things😉

    Le parole – José Saramago – Di questo mondo e degli altri
    Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono allineate su dei fogli, dipinte con inchiostro tipografico – e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono alle ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle, al collo. È il diluvio universale, un coro stonato che sgorga da milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzocontralti. Negli intervalli, si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari. Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula. Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte – o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

  6. willyco ha detto:

    basta resti la memoria, e la coscienza d’essere flusso. Forse questo è il senso della spinta della specie. Forse.
    Da vecchio lettore di fantascienza (che brutta parola per definire la fantasia che si nutre di sogno e di tecnologia) sento in Bradbury la poesia che contraddistingue il visionario, cioè colui che vede oltre e interpreta.
    Bello!

  7. Monique ha detto:

    Tempo fa ho assistito ad una conferenza sull’universo tenuta da Margherita Hack, lei diceva che, in qualche modo, si può dire che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatte le stelle…mi è piaciuto molto come concetto! E mi fa pensare che, seppure in un’altra forma, la bellezza sopravvive!

  8. BaRbArEtTa ha detto:

    Che bello il tuo post… ciao, Barby!

  9. Diemme ha detto:

    L’ha ribloggato su Scelti per voie ha commentato:
    Le parole sono un dono meraviglioso. Decisamente. Un pezzo meraviglioso, un sogno meraviglioso. Sogno che forse – e io lo credo – qualche milione di anni fa si è già realizzato.

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