Così come sei

Ogni tanto capita di imbattersi in creature orrende, maleducate, pettegole, con un pessimo carattere e che però SI PIACCIONO!

Si, proprio, persone che trovano mille giustificazioni alle proprie meschinitá pensando di essere per giunta buoni o nel giusto.

Capita ad esempio di essere vessati da un superiore aggressivo e maledutato che ogni tanto ammette soavemente:

– Che volete farci, non sono cattivo, è il mio carattere!

Scrollatina di spalle e avanti un altro!

Mi viene in mente Alberto Sordi quando dice a sua moglie:

– La tua è costituzione, sei fatta così!
– E come sono Giacì?
– E come sei? Sei buzzicona!

Ecco!

L’altro giorno ho incontrato tizio grassoccio, unto e maleodorante, di quelli espansivi con la battuta facile e grossolana che continuava a dire:

– La verità è che io mi piaccio così, sono fatto così!

Che vuol dire sei fatto così? Si può sempre migliorare! FAI QUALCOSA PIRLA

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Cercando te

Ma l’amore, l’amore, dov’è?

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American Beauty

Mi capita a volte di leggere notizie strappalacrime che ti avvelenano (giusto il tempo della lettura, però). In questo deserto emotivo, in cui siamo travolti dalla quotidianità, si ha una partecipazione molto relativa alle disgrazie degli altri. Ci si indigna, se ne discute davanti a un caffè, si scrive un tweet pieno di punti esclamativi eppoi tutto viene travolto dal consueto tran tran: la fame, la sete, la violenza, la guerra, la povertà, la malattia. Povero a chi capita e tutto finisce li.

C’è una storia che mi ha colpito, forse meno cruenta delle altre, ma altrettanto terribile. E bella.

Una signora era addolorata dal fatto che sua madre fosse devastata dall’alzheimer e per questo motivo non solo non era più autosufficiente, ma non si ricordava nemmeno chi fosse. Questo è terribile perchè ciò che ci definisce sono proprio le esperienze. Quindi fu costretta a lasciarla in una casa di cura specializzata che la sorvegliasse. Qualche stanza prima della madre c’era un anziano curava amorevolmente una vecchia signora, sua moglie, e lei non potè trattenersi dal chiedergli:

– Ma come fa ad essere ancora così attaccato a lei se nemmeno la riconosce?

In sostanza le parve stravagante, non sano, non aver sostituito una cosa rotta con una nuova e in buono stato.

– Lei sicuramente non sa chi io sia. Ma io mi ricordo perfettamente di lei.

Rispose il signore e continuò ad accudirla.

Amare qualcuno che è solo l’ombra di ciò che fu, nutrire questo amore con i ricordi che si sono condivisi dunque.

Mi viene in mente la parte finale di american beauty quando lui sta per morire e in un flashback rutilante si affastellano ricordi di risate, di gioia, di luoghi, di nascite, di amore.

Al di la del ruolo che interpreti ogni giorno, mai, mai dimenticarsi che siamo persone.

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Questione di semantica

Normalmente, nelle discussioni tra me e mio marito io sono quella che puntualizza, sempre. Sono la precisina che obietta con argomentazioni più o meno articolate. Ebbene si, sono una gran rompiballe lo ammetto.

Mio marito in questi casi mi liquida più o meno con un: “ne fai sempre una questione di semantica”. Si, ne faccio proprio una questione di semantica, perchè le parole hanno un peso e la nostra bellissima e antichissima lingua è ricca di sfumature.

Così mi irrita quando sento indicare un feroce omicida col vezzeggiativo “fidanzatino”. Mi basterebbe che fosse definito assassino reo confesso, vogliamo metterci giovane? E mettiamocelo pure. Ma che non parlassero di delitto passionale, di dramma della gelosia che qui l’amore non centra ed è come se quella ragazzina fosse accoltellata un’altra volta.

L’omicidio è una cosa seria.

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Corrispondenza

Ho una testa schermata. Davvero. C’è chi riesce a cogliere i segnali nascosti, i simboli, la sincronicità delle cose. Io non riuscirei a vedere un parallelismo neanche sui binari.

Sono un razionale, un empirico, uno scettico, uno che non crede in niente, che non si fida di nessuno.

Sono un orso, un uomo solo che ama la solitudine, che gode più di una giornata di sole che nel teorizzare massimi sistemi. Che coglie l’infinito in un filo d’erba che in una cattedrale.

L’unico parallelismo che vedo è la simmetria delle tue gambe, la perfetta armonia della tua voce, il peso esatto dei tuoi seni nelle mie mani, la dolcezza intollerabile del tuo viso.

La bellezza è me e te abbracciati, ora. I tuoi occhi che guardano i miei e il tuo volto che scompare mentre ti bacio ancora.

Ti amo

Giacomo

Corrispondenze

La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un’unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d’un bambino
vellutati come l’oboe e verdi come i prati,
altri d’una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine- così
l’ambra e il muschio, l’incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

Charles Baudelaire

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Il parcheggio

– A prima vorta che me so bucata è stato a casa de mi padre, co n’amica mia. Me ricordo che me so affacciata e ho visto tutte ‘e macchine parcheggiate. Quant’erano belle, me parevano fiori. Oh, pure le buche me piacevano dimme te! Pensa che mi padre è carabbiniere. Na vorta gli ho messo la robba nella sua borza. Mica se n’era accorto, porello. Ma mo’ nun me levà mi fijo per questo, guarda che se fanno tutti, mi fijo è tutto quello che c’ho.

Possibile che questa demente non si renda conto? Possibile che da due ore mi stia vomitando addosso tutta la sua inutile, patetica vita, senza ricordare nulla di quello che è veramente successo?

– Ma mi dica, quando è salita in macchina l’altro giorno…

– Damose der tu, c’avemo la stessa età, e daje. Gnente, la macchina era quella che s’era comprata Fabio quando eravamo ragazzini, pensa che quanno la Roma ha vinto lo scudetto c’avemo fatto pure l’amore su quer cofano. Che bella giornata…

Ride, ride come un animale questa idiota, con quei quattro denti che le sono rimasti in bocca. Le farò un rapporto che la devo far marcire in galera per il resto dei suoi giorni a lei e quell’altro scimpanzé del suo compagno.

– Mo’, nun te so spiegà il perchè e il per come, c’ho na grande confusione, te che sei na signora, che sei psicologa, me saprai spiegà perchè je vojo bene. È la robba che c’ha rovinato a noi, nun semo mai riusciti a trovà lavoro, sempre che ce semo dovuti arrangià, sai com’è, ma non avemo mai fatto male a nessuno

Appoggia la testa sulle mani e guarda nel vuoto, coi suoi occhi verdi sembra quasi normale. Dicono che siano solo i poveri a finire in prigione. Ma per piacere, tutti abbiamo la possibilità di scegliere. Sento le guardie ci stanno filmando dall’altra parte del vetro. Non mi levo dalla testa che stia mentendo.

-Sai? Mi padre viene da Rieti, nun s’è mai trovato in città, non m’ha mai capita, manco lo so che fa adesso. A me Fabio m’ha sempre voluto bene, m’è sempre stato vicino anche quanno stavamo in galera. Mo’ c’è arrivato sto fijo, mo’ nun me lo puoi levà e daje

Mi appoggia una mano sul mio braccio. La ritraggo come se fossi stata toccata da uno scarafaggio. Puzza di galera, di umanità fetida e senza possibilità di recupero.

Sento una rabbia devastante che mi fa drizzare i capelli e urlo, urlo che suo figlio è morto in macchina ucciso dal caldo, dimenticato sotto il sole cocente di agosto mentre lei si stava facendo un cliente dentro lo sgabuzzino del bar. Apre la bocca sorpresa, poi fa una smorfia di dolore. Troppo tardi, troppo comodo. Urlo che lei e il suo compagno sono due cani rognosi che meritano di morire. Urlo che Dio deve avere una fantasia da regista horror per aver dato un figlio a questo escremento e non a me, non a me. So che le guardie ci stanno guardando, so anche che ho chiuso con le consulenze ma non posso più trattenermi.

Urla anche lei adesso, ci stiamo picchiando, ognuna con la sua rabbia, ognuna con la sua solitudine. Sono entrati in due i poliziotti che riescono a malapena a dividerci. Mi dicono di calmarmi. Vedo la faccia pesta dell’assassina e mi stupisco se penso che gliel’ho fatta io. Se non mi avessero fermata forse… Adesso sono loro a guardare me come un insetto. Ma io non sono pazza, non sono pazza, non sono pazza

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Wet

Ci sono giornate in città in cui le persone si raddoppiano e gli spazi si rimpiccioliscono misteriosamente. Giornate umide, spesse come la melassa dove odori, umori, pensieri si rimescolano ottusamente, che scorrono lente e ovattate per chi, come me, ha fatto casino di notte e di giorno cerca a tastoni la fedele bottiglietta di acqua gassata. Forza, un’altro sorso, per liberare la testa dai cattivi pensieri e occhiali scuri per fare finta che è ancora tutto possibile.

Entro in metro, mi siedo, allungo le gambe e osservo il teatrino. La mamma che bacia alternativamente tre figli, la sudamericana grassa che mangia patatine, il ragazzino con le cuffiette per ascoltare la musica, di merda, ci scommetto. Dicono che per scrivere un libro tutto quello di cui hai bisogno è osservare la realtà che ti circonda. Se fosse vero allora ogni vigile urbano potenzialmente potrebbe essere uno scrittore.

Poi c’è la riccia, più bionda che rossa, una marea di capelli incolti che ricadono sulle spalle nude e ben scolpite.

Sotto, un vestito verde acqua senza maniche che ti arriva fino ai piedi.

Pelle bianca.

Non sei italiana, nessuna italiana si veste così, da donna. Ti guardo mentre scherzi con un paio di amiche, vedo tua madre, ti somiglia, nella versione grassoccia. Mi immagino come sarai da grande. Ma ora non sei lei.

Improvvisi per scherzo un paio di mosse di savate con la tua amica. Parti all’attacco. Non mi guardi ma forse mi hai sentito. Il vestito si tende sulla v tra le tue gambe e mi vedo mentre affondo la mano tra i tuoi ricci a scoprire là dove la pelle diventa più rosea. Hai il collo sudato, come me. Continui la tua lotta, alzi un ginocchio e il vestito si alza quel tanto da rivelarmi i tuoi piedi nudi (sporchi tra l’altro), trattenuti da una stringa di cuoio. Li guardo come un talebano. Ho la gola arsa.

Excuse me miss, what’s your name?
Mhm, so, so hard to try.
How take you out tonight?

Scendi alla fermata del Duomo e al posto tuo si sistema la Sudamerica con suo lezzo di fritto.

Le porte si richiudono, immancabilmente, sull’eco della tua risata.

E io… io ho perso la mia occasione

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GRAZIE PER L’AWARD.

LA POZZANGHERA

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Un grazie a Mari http://mariasumaphotographer.com/

per avermi premiato con questo award.Sono onorato e commosso e allo stesso tempo invogliato a dare di piu’ a chi mi legge.

Adesso veniamo alle regole dell’award:

1. Copia e inserisci il premio in un post.
2. Ringrazia la persona che te lo ha assegnato e crea un link al suo blog
3. Racconta 7 cose di te
4. Nomina 15 blogger a cui vuoi assegnare il premio e avvisali postando un commento nella loro bacheca.

Le 7 cose su di me:

1)mi piaccione le news

2)mi piace la politica

3)mi piace la fotografia

4)mi piace la pasta

5)mi piace scrivere

6)mi piace il tempo nuvoloso con lampi e tuoni

7)adoro chi ha dell’arte dentro di se’

I 15 blogger che ho scelto sono:

 

1)http://mariasumaphotographer.com/

2)http://gcphotography3.wordpress.com/

3)https://ohmarydarlingblog.wordpress.com/

4)http://reflex56.wordpress.com/

5)http://barbarapicci.wordpress.com/

6)http://cremonademocratica.org/

7)http://artmovestheworld.wordpress.com/

8)http://masticone.wordpress.com/

9)http://blogdifabio.wordpress.com/

10)http://recuperareilcervello.wordpress.com/

11)http://quantecose.wordpress.com/

12)http://sguardiepercorsi.wordpress.com/

13)http://francovisintainer.wordpress.com/

14)http://ombreflessuose.wordpress.com/

15)http://melodiestonate.wordpress.com/

 

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Liebster Award… (dopo secoli!)

Beh che dire, fa proprio piacere :-))

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La Quadratura del Quadro

A Pierre non andava per niente di mettere al muro il quadro che gli aveva regalato la moglie. Un autoritratto curioso di un pittore famoso di ultima generazione costato più dell’arredamento del suo studio, che di per se’ era abbastanza ragguardevole. Faceva il medico e pensava che lo sguardo torvo del pittore potesse mettere a disagio i suoi pazienti. Ma tant’è, alla moglie piacevano i suoi colori brillanti che trovava si intonassero perfettamente all’arredamento e tutto sommato anche su di lui esercitava un certo fascino. Gli faceva in qualche modo compagnia. Era diventato il punto focale della stanza, già ingombra di libri e strumenti. Per il suo studio passavano tutte le personalità di Parigi, e adesso che c’erano in ballo le olimpiadi era un buon momento per consolidare definitivamente il suo successo.

– Dottor Duroc, abbiamo occhi indiscreti che ci guardano.

Gli fece la contessa mentre sollevava la gonna per fargli constatare un misterioso malanno alle ginocchia che l’affliggeva da qualche tempo.

Il dottore incrociò gli occhi azzurri del quadro e annuì con un sorriso

– Sfido chiunque a distogliere lo sguardo da tanta bellezza.

Eh si, nel mestiere di medico essere un bell’uomo aiutava certamente nella professione, specialmente tra le gran dame che ne apprezzavano il fascino.

E il dottore non si tirava certo indietro. Passò più di un’ora ad esaminare la signora, sempre sotto lo sguardo attento del quadro.

– Non dirlo a nessuno mi raccomando

gli fece alla tela strizzandogli l’occhio.

Aveva preso l’abitudine di parlargli, come se fosse una presenza viva e vigile. Si perchè per una strana bizzaria gli occhi del quadro lo inseguivano in qualunque punto della stanza. Si raccontavano strane storie su quel quadro. Si diceva che il suo autore fosse morto pazzo qualche anno prima. Questa cosa ne aveva accresciuto il valore della tela, di per se’ di scarso valore tecnico, a parere del medico. Ma lui era un uomo razionale, dedito alla scienza, non credeva affatto a queste sciocchezze.

Sennonchè un giorno capitò una disgrazia proprio sotto le sue finestre: un ragazzo fu travolto da una carrozza e il padre, invece di portarlo all’ospedale, pensò di portarlo su per le scale fino al suo studio. Un’assurdità, lui non aveva mai fatto il chirurgo e quel ragazzo sanguinava come un capretto sgozzato. La nobildonna ci mise un bel po’ a rimettersi il vestito e ad assemblare la complicata acconciatura mentre il ragazzo agonizzava in anticamera. Quando fu disteso sul lettino era chiaro che fosse oramai troppo tardi. Il medico impacciato tentò di tamponargli le ferite, a malapena riuscì a tagliare i vestiti che gli rivelarono troppo tardi un braccio quasi staccato dal corpo. Se fosse intervenuto prima forse, se fosse stato più esperto…

La moglie, i suoi amici liquidarono la cosa come una disgrazia. Un poveraccio di meno. E anche lui alla fine si convinse. Ci vollero giorni per ripulire la stanza, giorni in cui rimase chiuso in casa per rimettervi piedi soltanto quando fu messo tutto a posto.

Sembrava non fosse successo nulla. Un bel fuoco ardeva nel camino, il lettino dei pazienti immacolato e il ritratto che lo fissava. Ma lo sguardo fermo, quasi complice del quadro adesso sembrava lo osservasse non con il consueto distacco ma con disprezzo.

Una follia naturalmente.

– Non potevo fare altro

Mormorò

Forse la tensione accumulata, forse la stanchezza per troppe notti insonni, il dottore cominciò a inveire contro il quadro unico complice della sua negligenza. Cominciò febbrilmente a elencargli una serie di scuse, in fondo aveva sbagliato il padre a portarlo li, lui non era medico dei poveri. Il medico camminava su e giù mentre le parole si facevano sempre più concitate. Lo sguardo del quadro, che lo seguiva ovunque, mutò, gli sembrò quasi aggrottasse la fronte e la bocca aveva preso una piega storta, cattiva che non gli aveva mai notato prima. In un moto di rabbia il dottore prese la pesante cornice e cominciò a sbatacchiarla sui mobili fino a romperla. Alla fine la prese e la gettò nel camino. Ma la cornice era troppo grande per contenerla tutta ed un angolo finì per terra. L’olio della tela fece si che prese immediatamente fuoco avvolgendo nelle fiamme anche la poltrona di velluto vicino al camino. L’ultima cosa che vide il dottore fu lo sguardo della tela in mezzo al rogo.

Si salvò per miracolo. E per miracolo continuò il resto della vita a parlare con l’uomo del quadro.

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